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Klaus Kinski

Che Kinski sia stato un artista di difficile gestione è risaputo, come si sprecano gli aneddoti sulle sue fulminee esplosioni di rabbia o le intemperanze da primadonna. Herzog stesso lo ha perfettamente raccontato nel suo documentario biografico Kinski - il mio nemico più caro, dove compie un viaggio a ritroso nel tempo per ricostruire le origini di un sodalizio che ci ha regalato cinque opere di sconfinata bellezza. Kinski ha vestito alla perfezione le continue metamorfosi della parabola herzogiana: è il megalomane e folle luogotenente di Aguirre (1972), il soldato sottomesso e disadattato di Woyzek (1979), lo stanco e prosciugato mostro di Nosferatu, il principe della notte (1979), l’avventuriero perso nel folle sogno di Fitzcarraldo (1981), il trafficante di schiavi di Cobra verde (1987).

Il suo volto tragico, scavato dalla rabbia, lo sguardo allucinato, i gesti duri e rallentati, sono rimasti impressi nella memoria di milioni di spettatori. Kinski è stato un caratterista e un attore strabiliante, capace di dare risalto a piccoli ruoli in sgangherati b-movies come di sperimentare e mettere a punto personalissime tecniche di recitazione. Un attore che, nel corso della sua lunghissima carriera, ha accettato qualsiasi copione gli proponessero, senza il minimo timore di affondare gli stivali in polverosi western di periferia o di sfoderare i dentoni in discutibili riedizioni del mito del vampiro (“Nosferatu a Venezia”, 1988).

Nato in Polonia nel 1926, la giovinezza di Kinski fu puntellata dalla miseria e da una lunga degenza in manicomio. La sua lunga carriera nel cinema incominciò nel 1948, con l’esordio in “Morituri”, e lo portò a recitare in oltre centottanta film, facendogli guadagnare la fama di attore maledetto. Dopo una breve apparizione nel “Dottor Zivago”, Sergio Leone lo introdusse nel 1965 nella terra delle colt, affidandogli il ruolo di Will il gobbo nel secondo capitolo della trilogia del dollaro, “Per qualche dollaro in più”. Fu il primo di una lunga serie di western all’italiana, girati in Spagna e nei sobborghi di Roma, che videro i migliori risultati ne “Il grande silenzio” di Sergio Corbucci (1968) e “E Dio disse a Caino” (1970) di Antonio Margheriti, che diresse Kinski in altre quattro occasioni. Nel 1971, Kinski tentò una clamorosa operazione teatrale portando sul palcoscenico un monologo al fulmicotone sulla vita di Gesù Cristo, “Jesus Christus Erloser”.

Un personaggio che comunque non ha mai fatto mistero di se stesso: nella sua autobiografia “All I need is love... Kinski Uncut” (inedita in Italia), Kinski descrive senza esitazioni i particolari più piccanti delle sue avventure sessuali, e spara a zero sui nomi più in vista del panorama cinematografico.